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“L’Italia
è un paese che troppo spesso, in particolare dalla stampa
straniera, viene descritto come sull’orlo del baratro; invece
è ancora competitivo e ha un sistema distrettuale, a cui
fanno capo molte aziende del meccanotessile italiano, ancora valido
e in grado di continuare a svolgere un ruolo di assoluta rilevanza
nella bilancia commerciale e nella creazione di valore aggiunto”.
Potrebbe essere sintetizzato così il messaggio che il vice
presidente della Fondazione Edison e docente della Cattolica di
Milano, Marco Fortis (*),
ha lanciato, lo scorso 20 giugno, in occasione dell’assemblea
annuale di Acimit.
Un
“messaggio” accompagnato da un lungo e documentato intervento,
partito dall’esame della bilancia commerciale italiana e conclusosi
con una serie di considerazioni non pessimiste ma realiste sul nostro
sistema paese. “Certo, l’Italia ha un enorme fardello
energetico - ha spiegato - perché da questo punto di vista
dipende totalmente da alcuni fornitori esteri; ma in compenso ha
un saldo commerciale attivo nel settore manifatturiero che sono
in tanti a invidiarci”.
E’
vero che nel corso del 2005, questa saldo (che è cresciuto
in Germania, Russia, Cina e Giappone) per l’Italia si è
ridotto (-12,9%) ma molto meno che nei confronti di Francia (-36,6%),
Spagna (-91,5%), Regno Unito (123,3%) e Usa (-762%). Per contro
il nostro Paese, se si esamina l’indice di competitività
dell’UE a 25, negli ultimi sei anni (1999-2005) non ha perso
posizioni: è sempre secondo, a quota 20,9 (contro il 20,8
del 1999), dietro alla Germania, che è a 24,7.
Quali sono quindi, oltre all’aspetto energetico, i “punti
deboli” del nostro sistema? Sostanzialmente i due che il presidente
di Acimit, Paolo Banfi, ha ricordato nel corso del suo intervento:
la dimensione aziendale e l’investimento in ricerca e sviluppo.
“L’Italia ha 549mila imprese manifatturiere contro le
196mila della Germania e le 248mila della Francia” ha spiegato
Fortis; “e la differenza è ancora maggiore (313mila
contro rispettivamente 87mila e 97mila), se ci si limita ai settori
moda, arredo-casa e meccanica; dal punto di vista occupazionale,
però, ci vogliono i dipendenti di tutte le aziende dei distretti
di Prato, Busto Arsizio, Varese e Como per raggiungere la dimensione
della Bmw tedesca!”.
Ed
eccoci all’“altra faccia” delle medaglia: l’Italia,
regno delle piccole aziende, ha solo cinque realtà (contro
le 37 della Germania, le 28 della Francia e le 22 del Regno Unito)
in grado di investire oltre 100 milioni di euro l’anno in
ricerca e sviluppo; un divario che deve assolutamente essere ridotto
se l’obbiettivo è quello “di essere nel 2015
non fuori dall’euro, come qualcuno predice, ma leader assoluti
nel tessile di qualità”.

(*)
Marco Fortis è nato
a Verbania (Novara) il 19 maggio 1956. Sposato con una figlia.
Si è laureato con lode nel 1980 in Scienze Politiche,
Indirizzo Politico-Economico, alla Facoltà di Scienze
Politiche dell’Università Cattolica di Milano.
E’ vicepresidente della Fondazione Edison e responsabile
della Direzione Studi Economici di Edison. E’ professore
a contratto di Economia Industriale e Commercio Estero presso
la Facoltà di Scienze Politiche dell’università
Cattolica di Milano, in cui insegna dal 1989. E’ membro
del Comitato Scientifico del Centro di Ricerche in Analisi
Economica, Economica Internazionale, Sviluppo Economico (CRANEC)
dell’università Cattolica di Milano e Vice Presidente
del Comitato Scientifico della Fondazione Edison. Ha pubblicato
numerosi libri ed articoli in volumi, riviste e giornali sui
temi dell’economica italiana, dell’industria e
dei sistemi produttivi locali, della tecnologia, dello sviluppo
e del commercio internazionale.
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